Passa il pomeriggio sui libri. Ripete ad alta voce, sottolinea, riscrive. Poi arriva l’interrogazione e il voto è lo stesso di sempre. A quel punto in casa parte la frase che nessun genitore vorrebbe dire: “non ti sei impegnato abbastanza”.

Nella maggior parte dei casi non è vero. E ripeterlo produce un solo effetto: convincere il ragazzo che il problema sia lui.

Impegnarsi e imparare non sono la stessa cosa

Rileggere un capitolo cinque volte dà la sensazione di aver studiato, ma il cervello registra soprattutto la familiarità del testo, non il suo contenuto. È un’illusione molto comune, e riguarda anche studenti bravissimi.

Quando l’impegno c’è ma il risultato non arriva, quasi sempre manca qualcosa a monte: il modo in cui l’informazione viene selezionata, organizzata, collegata a ciò che si sa già e poi recuperata al momento giusto. Sono operazioni mentali che a scuola vengono richieste continuamente, ma quasi mai insegnate in modo esplicito.

Tre situazioni diverse che sembrano identiche

Dall’esterno il quadro è sempre lo stesso: tante ore, pochi risultati. Le cause però possono essere tre, e richiedono risposte diverse.

Manca un metodo di studio. Il ragazzo studia come gli è venuto naturale in quarta elementare, mentre le richieste sono diventate quelle delle medie o delle superiori. Non sa distinguere l’essenziale dal secondario, non sa costruire uno schema, non sa verificare da solo se ha capito. È la situazione più frequente e la più facile da modificare.

C’è una difficoltà specifica di apprendimento. Dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia. In questi casi la fatica non riguarda l’impegno né l’intelligenza, ma processi molto precisi come la lettura fluente o il calcolo automatico, che restano dispendiosi anche dopo anni di esercizio.

La difficoltà è emotiva o motivazionale. Ansia da prestazione, un’immagine di sé ormai compromessa (“tanto non sono capace”), conflitti familiari che si scaricano sui compiti, o un disagio più ampio che a scuola diventa visibile per primo.

Queste tre situazioni possono anche coesistere, ed è molto comune che accada. Un ragazzo con una difficoltà non riconosciuta sviluppa quasi sempre anche una componente emotiva, semplicemente perché ha accumulato anni di esperienze di fallimento.

Quando ha senso valutare un DSA

Alcuni indicatori ricorrenti: lettura lenta o imprecisa che non migliora con l’esercizio, difficoltà persistenti nell’ortografia, tabelline e calcoli a mente che restano faticosi ben oltre l’età attesa, un divario evidente tra quello che il ragazzo sa spiegare a voce e quello che riesce a produrre per iscritto, tempi di esecuzione molto più lunghi dei compagni a parità di risultato.

La diagnosi di un disturbo specifico dell’apprendimento è un atto clinico e viene rilasciata dai servizi sanitari o da strutture e professionisti autorizzati secondo le procedure previste dalla propria Regione. Con la certificazione la scuola attiva un Piano Didattico Personalizzato, che riconosce strumenti compensativi e misure dispensative previsti dalla legge 170 del 2010.

Vale la pena aggiungere una cosa che tranquillizza molte famiglie: una diagnosi non è un’etichetta che accompagna per sempre. È l’informazione che permette finalmente di lavorare sulle cose giuste invece di insistere su quelle sbagliate.

Che cosa significa potenziamento cognitivo

È il punto più frainteso. Potenziamento cognitivo non significa fare più esercizi, né fare ripetizioni in modo più intensivo. Non si lavora sui contenuti scolastici.

Si lavora sui prerequisiti che quei contenuti richiedono: la capacità di osservare in modo sistematico invece che impulsivo, di confrontare, di classificare, di orientarsi nello spazio e nel tempo, di pianificare prima di partire, di controllare il proprio lavoro mentre lo si fa, e soprattutto di trasferire una strategia da un compito a un altro che sembra diverso.

Quest’ultimo punto è il vero obiettivo. Un ragazzo può imparare a risolvere un tipo di problema e restare comunque bloccato davanti allo stesso problema riscritto con parole diverse. Il potenziamento cognitivo lavora esattamente su quel passaggio.

Il metodo Feuerstein in poche righe

Reuven Feuerstein, psicologo israeliano, ha costruito il suo lavoro attorno a un’idea semplice da enunciare e impegnativa da praticare: le capacità di pensiero non sono fisse, si possono modificare a qualunque età, a condizione che qualcuno faccia da mediatore.

Il mediatore non spiega la soluzione. Si mette tra il ragazzo e il compito e lo aiuta a diventare consapevole di come sta ragionando: perché hai iniziato da qui, cosa hai guardato per primo, come faresti a controllare se è giusto, dove hai già incontrato qualcosa di simile.

Gli strumenti del Programma di Arricchimento Strumentale sono volutamente privi di contenuto scolastico: punti, figure, sequenze, tavole. Proprio perché non assomigliano a un compito di scuola, permettono di lavorare sul pensiero senza riattivare la frustrazione che i libri ormai portano con sé. Il lavoro può essere individuale o in piccolo gruppo, e riguarda anche adulti e ragazzi con disabilità o funzionamento atipico.

E l’aiuto compiti?

Serve, ma dipende da come è fatto. Un supporto che consiste nel dare le risposte e nel far finire i compiti in tempo produce un pomeriggio più tranquillo e una dipendenza in più.

Un supporto utile ha l’obiettivo opposto: rendersi progressivamente inutile. Si lavora sul metodo, sull’organizzazione dei materiali, sulla stima del tempo, sull’autonomia. Il segnale che sta funzionando non è il compito finito bene, è il ragazzo che comincia a chiedere aiuto più tardi e meno spesso.

Tre cose che si possono fare a casa da subito

Chiedere invece di correggere. Davanti a un errore, “come ci sei arrivato?” produce apprendimento, “è sbagliato” produce solo la correzione.

Pianificare prima di iniziare. Due minuti per decidere cosa si fa, in che ordine e quanto tempo si prevede. Sembra tempo perso ed è la parte che rende produttivo tutto il resto.

Separare il valore della persona dal voto. Il commento subito dopo una verifica andata male pesa più del voto stesso. “Vediamo cosa non ha funzionato” e “non ti applichi” costruiscono due studenti molto diversi nel giro di qualche anno.

Da dove iniziare

Se la fatica dura da tempo, il primo passo utile è capire in quale delle tre situazioni ci si trova, perché la risposta cambia completamente. Un colloquio conoscitivo serve proprio a questo: mettere insieme quello che osservate a casa, quello che segnala la scuola e quello che il ragazzo racconta di sé.

Riceviamo a Lido di Camaiore, in Via Aurelia 171, con percorsi individuali o in piccolo gruppo.